La stele di Rosetta

 

La Stele di Rosetta

Possiamo dire che la scoperta della stele di Rosetta fu fondamentale nela decifrazione dei geroglifici egizi.

Fu rinvenuta ad El Rashid (Rosetta, per l’appunto), un piccolo villaggio su Nilo a qualche chilometro dal Mediterraneo.
Lo straordinario reperto, una spessa lastra di pietra nera della misura di 174 cm di altezza per 72 cm di larghezza, fu rinvenuta dai francesi, ma cadde presto nelle mani degli inglesi con cui proprio in quel territorio si facevano guerra.
Fu donata da re Giorgio III al British Museum di Londra, dove si trova ancora oggi.
Napoleone, però, grande estimatore della civiltà egizia, comprese immediatamente il valore di quella misteriosa pietra nera, appena gli ufficiali del suo Stato Maggiore gliela mostrarono; fece arrivare due esperti da Parigi ed ordinò alcune copie.

Una di quelle copie si trova oggi al Museo Egizio di Torino e fu studiando quello straordinario reperto che il francese  Francois Champollion, (di cui parleremo in altra sede) ne decifrò il contenuto.
Occorsero trenta anni dal suo rinvenimento, però, prima di riuscire a decifrarne le misteriose scritte, ma il grande studioso ed egittologo francese non riuscì mai a vedere l’originale.

 

 

Che cosa c’è scritto su quelle pietra? E come riuscì, il geniale ed appassionato egittologo francese a trovare la chiave di decifrazione dopo che per trenta anni insigni studiosi, tra i quali il suo stesso professore, Silvestre Sacy, tentarono invano?

In un ordine di tre registri, ognuno dei quali in una lingua diversa: Geroglifico, Demotico e Greco, sta scritto quanto segue:
“… Tolomeo, Colui che vive in eterno, l’Amato di Ptha, il Dio Epifani, Eucaristicus, il Figlio del re Tolomeo e della regina Arsinoe, Filopatore degli Dei.
Molto bene egli ha fatto ai Templi ed ai loro abitatori ed a tutti i sudditi suoi, poiché è un Dio, Figlio di un Dio e una Dea, come Horo, Figlio di Osiride, che ha protetto suo Padre.”

Si tratta, dunque, di un Decreto dei preti di Memfi, risalente al 196 a.C., in cui si riconosce al faraone Tolomeo V il merito di aver ristrutturato il Tempio di Ptha a Memfi.

1419 sono i Geroglifici, distribuiti in quattordici righe ed incompleti; il testo Demotico, invece, pressoché intatto, è distribuito su 32 righe; le parole in greco, infine, sono 486, distribuite su 56 righe.

Genio e costanza permisero al giovanissimo studioso francese di raggiungere quel risultato inseguito da decine di colleghi più o meno illustri. Fu soprattutto l’intuizione, però, a guidarlo verso il successo ed alla interpretazione di quei segni misteriosi: l’intuizione che i segni dei geroglifici avessero anche un valore fonetico.

In realtà, un altro grande  studioso fu ad un passo dalla soluzione: l’inglese Thomas Young, che già prima di Champollion aveva  intuito la relazione tra la scrittura greco-copta e i geroglifici.
Una sola certezza: si trattava di un unico testo scritto in tre lingue diverse.
All’inizio, decifrarlo sembrò impresa facile.
In realtà, occorsero più di trenta anni e il genio multiforme di Champollion.
Occorsero tanti anni a causa di un errato presupposto. Il testo in greco, infatti, era leggibile e traducibile e, giustamente, si supponeva che le altre due scritture avessero lo stesso contenuto. Siccome, però, si era convinti che la scrittura egizia fosse esclusivamente ideografica, le varie decifrazioni degli altri due testi, risultarono assai fantasiose e, a dir poco, bizzarre.

Poco più di 20 anni, invece, ci vollero all’inglese Young per riuscire a decifrare un nome: quello del faraone Tolomeo.
Era scritto all’interno di un cartiglio inciso su un obelisco di un Tempio sull’isola di File.

Ma fu soltanto dieci anni più tardi e fu servendosi proprio di quella prima decifrazione che Champolliom riuscì a decifrare il cartiglio della regina Cleopatra: i due nomi, Tolomeo e Cleopatra (presenti sia sull’obelisco che sulla stele), contenevano diversi segni in comune.

Partendo da quei segni e confrontandoli al demotico (scrittura assai più fluida e lineare) ed al greco, Champollion riuscì a trovare la corrispondenza tra i diversi gruppi di segni (figurativi, simbolici, fonetici) ed a tradurre finalmente la “Scrittura Sacra”.
La conoscenza della scrittura geroglifica, infatti, s’era persa da quasi due millenni.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/la-stele-di-rosetta/

 

 

 

essa Menhet di Ugarit, mia madre, quarta moglie del Sovrano, ancora stremata dalla febbre e dallo strazio del parto, considerò il mio arrivo come la più grande delle benedizioni; nel suo ingenuo candore volle per me un nome augurale: Agar Ank Hathor, che significa Gioia generata da Hathor. Con quel nome sperava di guidare sul mio capo la benevolenza di una Dea a lei straniera.

Un nome, dicono i sacerdoti, è lo scrigno che custodisce il carattere di una persona. Un nome, dicono, è l’impronta destinata a guidare una vita e procura a chi lo porta ciò che promette. Il mio nome prometteva gioia, ma io non ho mai creduto troppo a quel che dicono i sacerdoti.

Mia madre invece sì! Eppure, nonostante le sue amorevoli intenzioni, mai nome fu meno profetico di quello. Lei, però, non lo sapeva. Continuava a guardarmi con materno compiacimento mentre la levatrice reale mi scuoteva e percuoteva quella parte poco nobile del corpo, senza rispetto per la mia dignità; quando mi deposero sul suo morbido grembo, io cominciai a piangere, a muovermi e a sgambettare in cerca di cibo. A lungo continuai ad inondare il soffice seno della piccola principessa siriana; così come fa il Nilo con la terra d’Egitto.

Le mani impietose della nutrice, infine, vennero ad esiliarmi da quel porto sicuro per attaccarmi con la bocca ai capezzoli del suo seno; quando fui sazia, mi mise nella culla di giunchi che la principessa aveva intrecciato nei lunghi mesi dell’attesa.

Si trattava di intrecci e nodi particolari, un ordito di steli e giunchi di rara bellezza e bravura: nodi da pescatore. Solo la gente della Valle del Cedro, che si stende sotto la collina di Shanza, in Siria, conosce quel modo di annodare giunchi. Ne sono assai gelosi e dicono che il dio Baal in persona abbia insegnato loro l’arte di quell’intreccio.

 

“La magia della Grande Signora è assai potente. – Sechet, l’ancella nubiana, si chinò sulla culla per appendermi al collo i simboli della mia dignità: Sechem e Menit, Sistro e Collana della Vita, emblemi della Dea a cui ero stata votata – Già! – ripeté sistemandomeli con cura – Nel gineceo del nostro Signore, si continuano a generare femmine e mai un maschio. Ma Hathor la Splendente proteggerà la principessa da ogni insidia.”

“La tua bocca è come un pollaio attaccato da una volpe, stupida ragazza! Tienila chiusa o, per il Sistro di Hathor, lo farà qualcuno.” la rimproverò la nutrice che mia madre aveva condotto con sé dalla Siria, ma anche lei doveva nutrire gli stessi timori di Sechet, poiché si affrettò a rafforzare la protezione di Hathor con altri amuleti: con l’udjat e la nefer, capaci di trasmettere felicità e salute.

La gente del Nilo ripone grande fiducia negli amuleti e nelle magiche parole incise sulle loro superfici: le hekau, che hanno il potere di tenere lontano nemici visibili ed invisibili.

Dalla Siria la principessa Menhet aveva portato anche un ricco corredo nuziale. Con la mia nascita, molti di quei doni avrebbero preso la via del Tempio di Ammon e di quello di Hathor.

Un’unione, quella della principessa siriana e del principe di Tebe, nata per soddisfare disegni di altri: di Thutmosis II, il padre di mio padre, e di Shuball di Ugarit, il padre di mia madre. I due avevano apposto i loro sigilli sul Sacro Papiro, ancor prima che la principessa lasciasse il grembo materno: uno stratagemma ingenuo per stringere un’alleanza precaria; appena gli egiziani voltavano le spalle, quei principi barbari, riprendevano le armi. Per di più i doni nuziali erano giunti dimezzati a Tebe: Shuballa accusava Thutmosis degli attacchi dei predoni alla carovana e questi accusava l’altro d’avarizia. Con queste nubi ad offuscare il suo cielo, non sarebbe stato facile per mia madre condurre una vita serena a Tebe.

Al principe Thut, però, s’era subito infiammato il cuore alla vista delle gote di rose e degli strali luminosi della principessa siriana. E mia madre ricambiava l’affetto dello sposo con molta sollecitudine ed aspettava ansiosa la sua visita.

 

Non preceduta dal sussiego protocollare, la visita del Faraone portò scompiglio nel gineceo reale. Molte donne si lasciarono sorprendere in abbigliamenti ed atteggiamenti non conformi alla dignità del visitatore e un fuggi-fuggi generale rese deserte stanze e corridoi.

Sembrava, però, che avessero lasciato sulle pareti le loro figure, poiché Minmose, il riproduttore reale d’immagini, nel dipingere scene di vita quotidiana, le aveva maliziosamente rubate alla realtà.

Thutmosis, però, era lì solo per me e mia madre e la visita fu strettamente privata. La figura imponente, i contorni energici del volto, gli alti zigomi e il mento arrotondato sotto la pelle abbronzata, mio padre avanzò nella stanza a lunghi passi e con un sorriso smagliante sulle labbra.

“Piccola sorella del mio cuore.” disse chinandosi a sfiorarle le labbra piene di grazia; l’ombra che aveva appannato il verde smalto degli occhi di lei parve allontanarsi.

“Forse il mio Signore desiderava un figlio maschio da condurre con sé nelle battute di caccia.” disse la principessa, ma lui:

“Ammom-Ra è sceso sopra di noi.” la rassicurò sorridendo.

Se anche avesse desiderato un maschio, in verità, mio padre non aveva motivo di lagnarsi: in questo Paese le figlie femmine sono preziose quanto e forse più dei maschi. Qui le figlie femmine sono moneta di scambio nei Trattati di Alleanza con altri Sovrani e… ma perché parlare di cose che dovrò riferire poi?

Dicevo che Thutmosis appariva soddisfatto; l’aureo usekh, luccicanti pietre preziose tagliate a forma di gocce e tenute insieme da una maglia d’oro, splendeva intorno al suo poderoso collo. Lui se lo tolse e lo pose sul seno di mia madre poi si accostò alla culla a fianco del letto. Fu quella la prima volta in cui mio padre ed io ci incontrammo.

“Questa bambina, gioia del mio sguardo, – disse convergendo su di me i penetranti occhi scuri – sarà la dolce colomba che allieterà i miei giorni.”

“Sono grata al mio Signore per la sua benevolenza. – la principessa tentò di sollevarsi, ma era debole e ricadde sui cuscini – Sono anche grata al mio Signore per la sua presenza qui.”

“Luce dei miei occhi. – esclamò lui girandosi a guardarla – Non potevo mancare di essere accanto alla mia piccola sposa in questo felice giorno.”

Sorrideva, mentre giocherellava con le mie minuscole dita serrate intorno al suo indice, attirate dagli anelli; i simboli della dignità regale gli pendevano dal petto.

“La regina Meritre, la Grande Sposa Reale…” cominciò mia madre; mio padre si staccò da me con dolce fermezza per tornare al suo capezzale.

“Anche Meritre ha scelto questo giorno per rendermi padre di un forte torello. – il suo sorriso grondava compiacimento e orgoglio paterno – Amenopeth sarà il mio successore, quando verrà per me il tempo stabilito dagli Dei. Questo è giorno di gioia in terra d’Egitto. Nei Templi i sacerdoti stanno sacrificando e officiando agli Dei. Il mio erede, il Falco caro al Figlio di Usir…”

“Il Falco e la Colomba!” mia madre lo interruppe con un sospiro e l’inquietudine tornò ad offuscare la limpidezza dei suoi occhi verdi.

Mio padre comprese e la rassicurò con una carezza.

“Non temere per tua figlia, dolce gazzella. Fin quando l’alito della vita resterà nelle mie narici, nessuno le farà mai del male.”

Mia madre, però, conosceva assai bene le insidie nascoste dietro ogni angolo del gineceo. Dietro i sorrisi della Grande Consorte Reale e dietro quelli di ognuna delle Spose Reali e delle concubine e riteneva una fortuna per me essere femmina: al gineceo non era ancora nato nessun figlio maschio!

In realtà, negli ultimi tempi il Faraone era sempre lontano da Tebe, impegnato a difendere le frontiere del Delta dall’avanzata di popoli nemici. Io non ricordo di averlo mai visto che in abiti da guerra, se non in occasioni speciali come quella visita.

“Questo è giorno di letizia, mio dolce fior di loto. – mio padre interruppe quelli che dovevano essere i pensieri laceranti di mia madre – Perché tanta inquietudine nei tuoi occhi?”

“Perché la Barca di Ammon veleggia su queste stanze.”

“Oh no! – proruppe lui con enfasi – No, Luce dei miei occhi. Quella Barca veleggia lontano da qui.”

Si chinò a baciarla sulla fronte. Per un attimo, negli occhi di mia madre tornò a brillare quel vivo smalto verde, ma poi:

“Vedo già il nocchiero di quella Barca e mi fa cenno di seguirlo.”

“Per il Sacro Occhio di Horo! No! Io gli offrirò sacrifici ed olocausti, se metterà altrove la prua di quella Barca. Io…”

“Neppure il Faraone può mercanteggiare con quel nocchiero. – sorrise lei con dolce malinconia – Egli è già qui e io non potrò far conoscere alla mia bambina le dolci colline di Ugarit.”

“Non temere, mio bene. – mentire era inutile. C’era tanta dignità in lei, che mentire con la pietà poteva apparire un insulto al suo coraggio – Tutto quello che occorre farò per lei come se a farlo fosse sua madre.”

Quasi avessi percepito la solenne drammaticità del momento, io ricominciai a piangere ed urlare dalla culla; mio padre batté le mani e alla nutrice comparsa sull’uscio fece cenno verso di me.

“Vedo un barbaglio sopra la culla… – la voce di mia madre era sempre più flebile – Vedo una folgore crepitare sul suo capo… Proteggila, ti prego. Da più parti si leveranno contro di lei…”

Anubi ululò in quel mentre nella stanza e, senza neppure consentirle di terminare la frase, spense la sua vita.

 

Fui condotta negli appartamenti della Grande Consorte Reale, nel Tempio Dinastico di Karnak, dove risiedeva il Faraone, immediatamente dopo i riti necessari a preparare la principessa Menhet verso il Grande Viaggio. Una dimora nella Set Nefure, la Sede della Bellezza, nella Città dei Morti, l’accolse per l’Eternità!

Ancora oggi non so dire se la decisione di affidarmi alle donne della Grande Consorte Reale, sia stata per me la prima delle sfortune o se invece non mi abbia evitato sfortune maggiori.

Lo scorrere di una vita, lento o veloce che sia, è scandito da momenti che rendono bui o luminosi gli anni della memoria. Ricordi ed emozioni hanno l’abitudine di ammassarsi come la sabbia di una duna per poi disperdersi al primo soffio di vento. Naturalmente, io non posso ricordare quel primo incontro con la regina Huthsepsut Meritre, né il suo primo sguardo. La sensazione di sentirmelo pesare addosso, quello sguardo, con un misto di compassione e d’indifferenza, come una veste scomoda e fastidiosa, mi accompagna ancora oggi. Nondimeno, il mio sorriso dovette indurre qualcosa ad emergere dal fondo del suo animo. L’istinto materno, forse, poiché mi sorrise.

“Questa bambina è venuta a noi con gli occhi di sua madre.” disse il Faraone, che era con lei, alzando il capo rasato e unto d’olio profumato ed esiliandosi dal morbido seno su cui lei lo aveva accolto.

Meritre era molto bella e maestra nell’arte della seduzione e del piacere, arte che qualche anno dopo si adoprò, per i suoi disegni, di trasmettermi. Aveva ricevuto il Sovrano in visita all’erede, mollemente distesa sul letto. Un oggetto raffinato quanto lei, in prezioso cedro di Libano, le fiancate finemente intarsiate in lamine d’oro e d’avorio, i piedi a zampa di leone, era opera dello scultore Minmose, antico compagno di studi del Faraone.

S’era ammantata di un profumo sensuale e penetrante quanto il desiderio di un uomo quando spinge sotto la pelle eccitata; la veste trasparente, di pregiato lino, creava sul suo corpo maliziosi giochi d’ombre.

Per l’occasione aveva rifiutato l’acconciatura delle Regine, il casco del Sacro Avvoltoio dalle ali spiegate. Meritre andava fiera dei propri capelli. Li frizionava ogni giorno con olio profumato e li acconciava con cura in treccine raccolte da piccoli fermagli.

L’unico ornamento era un prezioso diadema, di cui lui la liberò subito per deporre lunghi, piccoli baci sulla nuca ripiegata all’indietro in un gesto molto sensuale. Deposti calici traboccanti e vassoi ricolmi di dolci e focaccine, le ancelle si allontanarono all’indietro e a testa bassa.

Insolitamente quieta, io, nella stanza attigua, dormivo placida, mentre mio padre acquietava e spegneva i regali ardori sul corpo di lei e il desiderio rientrava in sé, come un fior di loto che richiude il calice per la notte. Giacquero, infine, esausti: la sensualità dell’uno appagata e la femminilità dell’altra soddisfatta.

Qualcuno, però, venne ad interrompere l’incanto: il segretario di Huthsepsut, la Regina-Faraone, carico di doni per i neonati.

 

Un bizzarro destino aveva accomunato e diviso le due donne più potenti d’Egitto: Huthsepsut e Huthsepsut-Meritre. La prima era la vedova del defunto faraone Thutmosis II e la seconda era la Grande Consorte Reale di Thutmosis III: madre e figlia. Huthsepsut l’aveva avuta da Thutmosis II e l’aveva data in moglie a Thutmosis III, il figliastro, con cui regnava in correggenza.

Huth era una donna forte, leale e generosa, capace e ambiziosa. Meritre, però, dalla madre non aveva ereditato nessuna di queste qualità, fatta eccezione dell’astuzia e dell’ambizione: la forza di chi non ha il potere, ma l’ingegno per conquistarlo.

Molti asseriscono che mescolare in tal modo il sangue finisce per renderlo fiacco e malato. Forse è vero. Accade che, alcuni tra i principi e le principesse reali, malaticci e deboli, muoiano, prima ancora di superare l’età dell’infanzia. E’ anche vero che solo così il sangue dei Faraoni resta puro. Molto spesso, però, sangue forte e vigoroso come quello della principessa Mutnefer del Basso Delta o di Menhet di Ugarit, va a rinvigorire quel sangue debole e a far risorgere la stirpe.

Dopotutto, non accade lo stesso fra gli Dei? Osiride non ha forse scelto di accoppiarsi alla sorella Iside che gli ha generato figli forti e potenti?

 

Raccolti i languori, Meritre sollevò di scatto il capo e lasciò il letto. Aveva perso ogni movenza da Gatta Sacra. Non sembrava più la leziosa Bastet, ma era assai più simile alla ferina Sekmet. A passi rigidi cominciò a percorrere su e giù la stanza.

“Con questi doni vuol farsi gioco di noi?” proferì a denti stretti e con lieve ansimare del respiro, indizio di collera repressa. Thutmosis, ancora mollemente abbandonato sul letto, la seguiva con lo sguardo; lei si fermò ai piedi del letto e prese alcuni oggetti da un cofanetto di ebano incrostato di pietre preziose..

“Sono doni di mia madre: gemme ed essenze giunte dal Paese del Punt.- scandì con voce dura.- Cosa pensa di ottenere con questi doni? Impressionarmi con le sue conquiste nel Paese del Punt? Ah,ah,ah..” rise, nervosamente.

“Tua madre – disse Thut – avrebbe voluto vedere un suo erede seduto sul trono d’Egitto, ma Ammon le ha concesso due figlie femmine e tu, mio bene, sei una di loro. Per questo considera tuo figlio come sangue del suo sangue.”

“Questo figlio è uscito dal mio ventre!” tuonò lei.

“Lei lo considera già il suo erede.”

“Mia madre crede di potermi manovrare come fece con mia sorella, la principessa Nefrure? – la collera le incupiva gli occhi e cresceva con le parole – Nefrure era la sua figlia prediletta… pupilla del suo amante, l’architetto Senmut.” riprese dopo una breve pausa carica di tensione.

“Nefrure ha lasciato questo mondo per l’altro, mio tesoro. Lasciamola in pace, là dove si trova.” disse mio padre.

“Sento il suo Ka aggirarsi ancora in questa stanza… “

Meritre scrollò il capo e restò lunghi attimi a guardare con occhio fisso i doni di sua madre, come se la mente stesse guidando uno stuolo di pensieri inquieti e vagabondi.

“Ero un ragazzo e Nefrure una bambina.- insistette Thut – La nostra unione fu solo un contratto scritto. Null’altro. Lo sai bene, mia adorata.”

“Non ho nulla contro di lei. Faccio volentieri offerte in sua memoria… ma sua madre, che è anche la mia, rimpiange ancora la sua presenza accanto a te. Con lei avrebbe avuto frecce più sicure nella sua faretra, ma anch’io ne ho nella mia e quando le avrò scoccate, lei non tenterà mai più di erigere obelischi.”

Meritre sapeva bene come affondare il coltello in una piaga!

“La sua è un’impudenza! – proferì mio padre a quelle parole – Solo un Faraone può erigere obelischi. I blocchi, che lei ha fatto ritagliare nella cava di pietra di Syene per farne obelischi, sono ancora lì. Incompiuti. E lì resteranno!”

“Nessuna Regina ha mai osato tanto!” continuò lei.

“Tua madre ha impastoiato la corte con false promesse.- riprese mio padre con durezza – Hapuseneb, Senemut, Thuty, si fanno chiamare “Amico unico” o “Eccellente al cuore di Sua Maestà”. Lei li ha coperti delle cariche prestigiose e quelli la servono …”

“Per le Sacre Elitre di Kepri! – tuonò Meritre togliendogli la parola – Sei o non sei il Nab Tani, Signore delle Due Terre?”

Ahimè! Il principe Thut era sì, il Nab Tani, il Signore dell’Alto e Basso Egitto, ma quel titolo era parola vuota e inutile sulla bocca di chi la pronunciava. Chi governava l’Egitto era lei, Huthsepsut e non come Grande Consorte Reale, attraverso cui far regnare un principe, ma come una vera Sovrana.

In questo Paese, il diritto al trono si eredita per via femminile. E’ la principessa ereditaria che lo trasmette attraverso le Nozze Sacre all’erede designato dal sovrano.

A questo proposito, molti anni prima erano accaduti fatti assai straordinari: Ammon le si era manifestato attraverso un prodigio tanto straordinario, che ancora oggi quei fatti affascinano la mia anima ormai disincantata e ancora oggi a Tebe se ne parla con un misto di ammirazione e inquietudine. Ammon le era apparso un mattino durante uno dei Sacri Riti giornalieri e tra fulmini e saette, così le aveva parlato:

“Figlia Diletta. Il tuo nuovo nome sarà Kemat-Ra: “Colei che governa nella terra di Kem col favore di Ra”. – aveva tuonato – E’ in te, che Io mi compiaccio!”

Da quel giorno Huthsepsut aveva indossato vesti da uomo e si era coperto il capo con nemesh e pschent, i copricapo dei Re.

 

“Le permetterai di tenere le mani sul trono ancora a lungo? Cosa aspetti per agire?” ruggì ancora Huth-Meritre.

“Che giunga il tempo propizio.” rispose lui.

Lei lo guardò dubbiosa. Lui riprese:

“Io sono come quel contadino che cura bene la propria vigna e non coglie i frutti prima ancora che siano maturi. Solo un ladruncolo coglie uva acerba ricavandone vino acido.”

“Quel ladruncolo sta godendo i frutti della tua vigna.”

“Pazienta, mia cara! Pazienta!”

“Pazientare? – scuoteva il capo lei – E’ questo il consiglio dei tuoi sostenitori? Dove sono gli amici che per anni ti hanno sostenuto qui, a Karnak? Dove è Menkhe-peruseneb? Dove sono i buoni consigli di suo padre, il saggio Amenemhat? Non sai che mia madre sta rafforzando le sue posizioni ed ottenendo appoggi anche tra quelli che si dicevano tuoi fedeli?”

“Saranno pronti quando li chiamerò.”

“Quando? – incalzò lei – Il suo Tempio Funerario è quasi ultimato e ci saranno presto le Cerimonie di Consacrazione ad Ammon. Tutti potranno leggere quello che lei ha fatto scrivere su quelle pietre… Lo sai quello che gli uomini di Senmut stanno incidendo su quelle pietre? Scrivono che è lei l’erede legittima e che lo è per diritto di nascita… Lei ti ha allontanato dalla corte e relegato qui, nel Santuario di Ammon, come un prigioniero. Quell’obelisco non resterà a lungo dove si trova. Puoi esserne certo!”

“Huthsepsut non può erigere obelischi!” replicò lui.

“Allora sei sordo e cieco! – scattò Meritre – Mia madre si dichiara Sovrano d’Egitto per nascita e per oracolo divino.”

“Sono stato nominato anch’io in un oracolo da Ammon in persona!”

Era accaduto durante una processione, al Tempio di Ammon, quando egli era ancora ragazzo. La statua di Ammon, portata a spalle dai sacerdoti, li aveva guidati fino a lui e per bocca di uno di loro, lo aveva invitato ad alzarsi e seguirlo nella “Stazione Divina”, preclusa ad ogni mortale che non fosse il Sovrano o il suo erede.

“Prodigi! – esclamò lei con una smorfia di disprezzo – Prodigi! Affari per popolo ignorante e cortigiani da corrompere! Se davvero sei il Terzo Tuthmosis, scuotiti di dosso questo giogo.” incalzò con sempre più implacabile durezza: Sekmet, la Dea dalla testa di leonessa, di cui era sacerdotessa, aveva fatto davvero un buon lavoro sulla sua tempra.

“E’ vero! – il Faraone pose fine a quel torrente di rimproveri – Da quando il potere è nelle sue mani, il popolo si è infingardito e l’esercito indebolito… Tua madre pensa di aver conquistato il mondo volgendo l’esercito verso la terra del Punt e non vede e non sente i clamori e le ribellioni che arrivano dalla Nubia e dalla Siria. Io darò ben di più al mio popolo; non una pace insicura, ma stabilità e sicurezza!”

“E come?” gli occhi della Regina continuavano a mandare bagliori; le lunghe unghie laccate d’oro tormentavano inquiete il sanguigno Tet di corniola rossa che le pendeva dal collo: il Nodo di Iside, di cui era “Divina Adoratrice”.

“Con l’aiuto degli Dei e la loro protezione.”

“Sì… – cominciò a capitolare lei – Con l’aiuto di Iside, la Grande Maga. Chiedile protezione. Offrile sacrifici.”

“Sacrificherò ad Iside, come già ho fatto con Ammon. – mentre parlava, la tensione sul volto del Faraone andava distendendosi, come se un pensiero nascosto gli attraversasse la mente. – Io sono Sacerdote di Ammon. Credi che cortigiani e mercanti siano più potenti di Ammon e dei suoi ministri? Io sconfiggerò la mia nemica, Meritre, con l’aiuto degli Dei e dei suoi ministri.”

 

Il Faraone aveva ragione. Negli ultimi tempi i Sacerdoti di Ammon sono diventati assai potenti in questo Paese. Essere falchi ed apparire colombe, è la loro gran virtù. E sembrano davvero colombe ammaestrate e vanitose, quando passano per le strade con le teste rasate, i volti unti d’olio profumato e le figure nascoste entro lino pregiato. Avanzano simili a pavoni dalla ruota aperta e sembrano miti e inoffensivi, belli e appariscenti. In realtà, si vestono di vanità per nascondere meglio la loro sfrenata ambizione.

I sacerdoti di Ammon sono diventati la forza più potente d’Egitto. Essi sono i depositari del sapere occulto e sono gli arbitri delle vite e dei destini umani.

Qui, nel Paese di Kem, lo sanno anche i bambini.

Nella Casa del Dio Nascosto, che è il Tempio di Ammon, una fortezza nascosta dentro un muro bianco che splende al sole e incute timore reverenziale alla gente semplice, medici, astronomi ed architetti, sono anche sacerdoti. Il “cuore” del potere risiede nel petto di Ammon, ma lo “spirito” dimora nel cervello dei suoi ministri e il Tempio di Ammon è cuore e spirito insieme.

Nel Tempio si compiono i destini dell’Egitto; nel Tempio si costruisce la potenza di un Dio e nel Tempio si decreta la sua rovina. Qui si congiura e si trama. E qui, nel profondo mistero della saletta della Stazione Divina, Tuthmosis congiurò con i sacerdoti di Ammon la rovina della Regina-Faraone.

Menkheperiseneb, Hapuseneb, Sacerdoti di Ammon, i più potenti del Collegio sacerdotale di Tebe, Padri Divini, Primi Profeti e Portatori del Sigillo, che erano stati suoi antichi compagni o suoi maestri educatori, erano adesso i suoi alleati più fidati. Proprio lì, alla Scuola del tempio di Ammon, il principe Thut era stato inviato a servire e ad essere educato a diventare un giorno Sovrano.

Il Faraone Tuthmosis Secondo, suo padre, aveva ritenuto per lui più sicura quella fortezza religiosa, piuttosto che il Palazzo Reale, dove la regina Huthsepsut regnava incontrastata.

A Tebe non c’è un solo centro di potere. Sono due le istituzioni alla cui ombra vive l’intera popolazione: Il Tempio Dinastico di Ammon e il Palazzo Reale: il clero e la corte.

Delle due, non ho mai saputo realmente quale sia la più potente! So solamente che le ricchezze che affluiscono al Santuario e sulle quali il Faraone non pretende imposte, sono davvero immense.

Divinità e Sovrani riescono sempre a trovare un’intesa!

 

 

 

 

 

 

 

 

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